venerdì 4 dicembre 2015

Reportage CinemOssi al TFF 2015: Suffragette, Antonia, Brooklyn, Just Jim, John From, etc

Carissimi,
innanzitutto mi scuso per l’assenza: negli ultimi quattro mesi la mia vita è stata decisamente complicata, tra un viaggio a New York, una supplenza di italiano molto full time in un professionale per stilisti e l’inizio di un dottorato di ricerca in linguistica. Spero vivamente di riuscire a conciliare tutti i miei impegni in modo da ritagliarmi del tempo anche per continuare con i miei articoli. Dunque, nell’ultima settimana ho avuto modo di vedere un po’ di film al Torino Film Festival di quest’anno: stavolta non ho fatto l’addetta stampa, ma sono riuscita comunque a vedere ben sette film.
Anzi, diciamo sei e mezzo. Ora scoprirete perché. La mia impressione generale è stata più che positiva: davvero parecchi dei film che ho visto hanno soddisfatto e in certi casi persino superato le mie aspettative.


Suffragette (Sarah Gavron, UK, 2015)
Grande attesa per questo film, che, pur rilevatosi assai diverso da come me l'aspettavo, si è fatto apprezzare proprio per queste particolarità: la storia principale segue la presa di coscienza di una placida sottoproletaria, dapprima scettica di fronte al suffragismo, lavoratrice in fabbrica dall’età di sette anni, sposata con un uomo altrettanto comune e madre di un bimbo. Già il movimento suffragista è tema ben raro da trovare nei film, ma che la prospettiva adottata sia così orgogliosamente “dal basso” lo rende davvero un unicum nel suo genere: il buon senso, l’altruismo, la tenacia della protagonista (una sciatta quanto coinvolta Carey Mulligham) rendono lo spettatore partecipe del suo dramma umano, della forza della sua convinzione nel cercare, per tentativi e con difficoltà, un nuovo modo, più consapevole, di essere donna, moglie e madre nella spinosa Inghilterra dell’inizio del XX secolo. I titoli di coda ci ricordano che il diritto di voto è ancora utopia in tante nazioni nella terra (e che in Svizzera le donne votano solo dal 1977!!!). Cameo per Meryl Streep nei panni della vera femminista Emmeline Pankhurst.


Antonia (Ferdinando Cito Filomarino, Italia, 2015)
Ecco, questo è il film del festival nei confronti del quale nutrivo meno aspettative, forse perché l’accoppiata “biopic” e “italiano” molto di rado produce qualcosa di più che scolastico o scontato, specie se la vita raccontata è quella di un letterato. Invece vi anticipo che questo si è rivelato il miglior film della rassegna, almeno tra quelli che ho visto io. Qui protagonista è la poetessa Antonia Pozzi, milanese, perlopiù ignota anche agli addetti ai lavori: sulle antologie il suo nome ricorre solo in quanto contemporanea e amica di Vittorio Sereni. Ha avuto una vita breve, illuminata dal fuoco della poesia e scossa da violenti attacchi di male di vivere che l’hanno poi portata al suicidio (avvenuto a 26 anni), ma per il resto, nelle sue esperienze, possiamo riconoscerci un po’ tutti: il liceo classico, l’amore per il suo professore di lettere, poi l’università, la tesi su Flaubert, i primi incarichi da insegnante, l’attaccamento ai suoi compagni di studi, gli amori non corrisposti. Una vita piccola, vissuta in punta di piedi tra la sua grande casa di Milano e la pace delle montagne sopra Lecco. Un film fine, coraggioso, con una fotografia incantevole e una regia davvero elegante (oltreché giovanissima, classe 1986): punti di vista bizzarri e geniali, come dialoghi sentiti di lontano, dietro le porte a vetri del soggiorno di Antonia, conversazioni allo specchio e un indugiare sempre delicato sull’intimità più profonda della protagonista, sorpresa a fare autoerotismo come a leggere l’Odissea in greco. Il cast di attori non noti, ma tutti professionisti del teatro, è una scelta vincente per cui questo progetto meriterebbe applausi a prescindere dal risultato, che è in ogni caso davvero pregevole. Non vedo l’ora che esca in chiaro (sperando che tale miracolo abbia luogo e presto) per portarci gli amici, letterati e non.


Me and Earl and the dying girl (Alfonso Gomez-Rejon, USA, 2015)
Una commedia indipendente giovanilistica americana “che più Sundance di così non si può”: scorretta, originale, fresca e ben recitata. C’è pure un cancro di mezzo, ma non è un film sul cancro e sugli adolescenti che muoiono, piuttosto sul saper far fruttare il tempo e sull’imparare a incanalare la propria atipicità in un percorso di crescita che sviluppi l’intelligenza emotiva, su come restare speciali senza diventare per forza degli apatici anaffettivi. Alcune scene sono esilaranti e i personaggi si distinguono tutti per eccentricità, forse fin troppo. In ogni caso decisamente godibile.

Uns geht es gut (Henri Steinmetz, Germania, 2015)
Solitamente, specie se ho pagato un biglietto specifico, mando giù di tutto e resisto fino alla fine. Qui non ce l’ho fatta, sono uscita dopo un’oretta. I dialoghi sono agonizzanti e perlopiù insensati, la trasgressione fine a se stessa dei giovani protagonisti (la cui occupazione è bighellonare senza meta facendo cose a metà tra lo schifoso e l’inutile, ma più sul versante dell’inutile) è a dir poco irritante. Dominano scene al rallentatore, inquadrature su bicchieri che cadono, ragazzi che orinano, grugniti in una lingua che del tedesco ha poco. Un tentativo poraccio di teutonicamente scimmiottare Arancia Meccanica, fallito.

Just Jim (Craig Roberts, UK, 2015)
Opera prima del giovane Craig Roberts, già protagonista del carinissimo Submarine, che qui dirige se stesso e Emile Hirsch in una commedia adolescenziale surreale ambientata in Galles: il protagonista è un recluso sociale, di una sfigataggine davvero mai vista sullo schermo. La sua triste vita solitaria, ritratta nella prima parte del film, assume dimensioni tragicomiche che sfiorano l’epicità in alcune sequenze (da antologia quella in cui i genitori sbagliano il numero di anni che il figlio sta per compiere e per giunta nessuno si presenta alla sua festa di compleanno). Ancora più divertente e folle nella parte centrale, con la comparsa di un ragazzo americano “cool”, interpretato da Emile Hirsch, che cerca di riprogrammare Jim per farlo diventare popolare. Peccato il finale assurdo, totalmente svincolato dal contesto. Ma per il resto un’ottima prova. Simpaticissimo il regista (classe 1991), che era presente in sala e ha fatto battute a raffica nella sua autopresentazione.

Brooklyn (John Crowley, Irlanda, 2015)
Avevo altissime aspettative per questo film e la visione mi ha completamente soddisfatta: un melodramma di formazione a tematica migratoria, fortemente incentrato sullo sradicamento e sui contraccolpi emotivi della lontananza. Il tutto raccontato attraverso le emozioni, l’impegno, la tenacia e la forza di una ragazza irlandese (interpretata dalla delicatissima Saoirse Ronan): la fatica di crescere, vivere e amare in un nuovo mondo globale, in una dimensione estesa che obbliga a guardare oltre se stessi e il proprio contesto d’origine per abbracciare una visione più ampia. Quella visione che è poi, con il suo meltin pot, l’essenza stessa di un’America figlia della struggle for life degli immigrati. Poi, ciliegina sulla torta, per una volta gli immigrati italiani fanno una gran bella figura in un film anglosassone. Menzione d'onore al costumista: gli Irlandesi vestono molto male e in questo film, realisticamente, non fa sconti a nessuno. Momento nostalgia quando i protagonisti fanno il bagno a Coney Island, dove sono stata anche io pochi mesi fa. Felice e ansiosa di rivederlo canonicamente al cinema questa primavera. 

John from (Joau Nicolau, Portogallo, 2015)
Ecco, questo è forse il film più particolare che mi sia capitato quest’anno al festival: candidato portoghese al concorso del TFF, è la storia, statica e assolata, dell’estate cittadina di un’adolescente con le turbe ormonali che ammazza il tempo ciondolando per il quartiere con la sua migliore amica, senza molto da fare. Tutto finché non compare, quasi magicamente, un affascinante vicino di casa, ragazzo padre, fotografo-artista specializzato sull’Oceania. Una mostra di foto a tema melanesiano colpisce la fantasia della protagonista, che comincia a dipingersi viso e corpo con colori tribali, nonché a sognare distese di foreste pluviali nel suo quartiere, nuvole tossiche e atterraggi di aerei. Il film assume dunque una dimensione quasi onirica, in cui a riunioni di condominio si alternano visioni di indigeni oceanici. John From è il nome che i melanesiani davano ai cargo degli americani, oggetto di culto e venerazione, che lanciavano loro viveri durante la guerra. Tematica affascinante per chi, come me, ha studiato antropologia oceanica e si interessa da anni di culture dei mari del sud, tuttavia il film, considerato anche nel suo ritmo, risente di una certa lentezza.


E voi? Quali film avete visto al TFF? Quali di questi film attendete con ansia nelle sale? Aspetto i vostri commenti!

2 commenti:

  1. Sai già. Adesso mi ispira molto anche Brooklyn, di cui non mi avevi parlato, e poi io adoro (e odio da Espiazione) la Ronan. ;)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

      Elimina